Un San Francesco Hippy, che non convince

 

Lo ammetto, gli anniversari non mi sono mai piaciuti, specie quelli relativi a fatti molto antichi.

C’è il rischio, nell’intento di ricordare, di adulterare la storia in nome di un revisionismo becero e buonista che tende a distorcere i fatti, nascondendo quello che può creare imbarazzo.

È il caso dell’800° anniversario dell’incontro tra San Francesco d’Assisi e il Sultano egizio al-Malik al-Kāmil, nipote del ben noto Saladino.

In nome di questo anniversario, sul web si scatena la più comica battaglia tra gli ideologi delle più differenti fazioni: tradizionalisti contro modernisti; islamofili contro cristianofili e chi più ne ha più ne metta.

Se diamo retta alle argomentazioni di questi signori, San Francesco diventa un incrocio improbabile tra uno scout, un hippy e Bob Marley.

Per fortuna l’unica descrizione autenticamente corretta di San Francesco, si colloca nel solco della sana tradizione ecclesiale e del francescanesimo più puro: “Imago Christi vivida”, cioè vivida immagine di Cristo crocifisso.

Personalmente preferisco attenermi ai fatti, senza scendere in sterili beghe di partito e senza aver la pretesa di dare la ragione a qualcuno.

Sono più propenso – in determinati frangenti – ad applicare la filosofia del noto proverbio: “La ragione è dei fessi!”.

Ricordo quando, da giovane studente del classico, la mia insegnante di lettere ci spiegava la Divina Commedia di Dante, precisamente la terza cantica del Paradiso, canto XI.

In questo canto, è il domenicano Tommaso d’Aquino a presentare la vita e l’esempio del Serafico Padre ricordando – tra l’altro – l’incontro avvenuto nel 1220 con il Sultano d’Egitto:

«E poi che, per la sete del martiro,

ne la presenza del Soldan superba

predicò Cristo e li altri che ‘l seguiro,                        

e per trovare a conversione acerba

troppo la gente e per non stare indarno,

redissi al frutto de l’italica erba,                                    

nel crudo sasso intra Tevero e Arno

da Cristo prese l’ultimo sigillo,

che le sue membra due anni portarno».

La parafrasi del testo dice precisamente:

«E dopo che, per l’intenso desiderio di testimoniare, anche con il

proprio sacrificio, la fedeltà a Gesù, in presenza del superbo

Sultano d’Egitto predicò la dottrina di Cristo e dei suoi apostoli,

trovando non ancora matura per la conversione

quella gente, per non rimanere senza fare nulla,

ritornò in Italia, dove la sua azione prometteva maggiori frutti,

sulla cima rocciosa del monte Verna, tra la sorgente del Tevere e

quella dell’Arno, e prese da Cristo le stigmate, l’ultimo sigillo al suo operato,

che portò sul proprio corpo per due anni, fino alla morte».

 

La Divina Commedia di Dante è una testimonianza preziosa, una fonte letteraria autorevole molto vicina cronologicamente alla vita del santo di Assisi.

Basandosi anche su questo testo, è possibile notare il desiderio di Francesco di annunciare la buona novella, anche alle genti dell’Islam, seguendo il comando di Cristo presente in Mt 28,19-20.

Nell’intento di Francesco forse non si può escludere del tutto una volontà di pace, volta a evitare inutili spargimenti di sangue.

Ma è altrettanto vero che in lui non c’è mai stata la volontà di abdicare il Vangelo in nome di un pacifismo estremo.

Francesco è ben consapevole che Cristo è l’autentico Melchisedech, il re della pace e della giustizia.

Questa consapevolezza conduce al riconoscimento autorevole della persona divina di Gesù, all’accettazione del suo Vangelo e alla volontà di redimersi con giustizia accettando il dolce giogo (cf. Mt 11,30).

A tal proposito, la storia, ricordando la vicenda dei Protomartiri francescani Berardo, Ottone, Pietro, Accursio e Adiuto – uccisi in Marocco il 16 gennaio 1220 – rafforza il gesto compiuto dal santo di Assisi nel voler convertire e portare la salvezza alle genti dell’Islam.

D’altra parte, se l’intento di Francesco davanti a al-Malik al-Kāmil fosse stato solo un pacato scambio tra due diplomatici con l’obiettivo di concludere una guerra, non si capirebbe il motivo del successivo martirio dei Protomartiri francescani avvenuto qualche mese dopo tale incontro.

Infatti questi frati, durante il loro soggiorno tra i Saraceni, non hanno inteso essere ambasciatori di pace, o peggio invasati con il desiderio dell’autodistruzione.

I beati martiri hanno solo seguito l’esempio del loro fondatore Francesco, annunciando e predicando Cristo senza temere le conseguenze di un martirio.

È degna di nota, la valutazione che Francesco stesso fece di questi martiri, dopo che apprese della loro morte gloriosa: «Ora posso dire con sicurezza di avere cinque Frati minori».

Quest’affermazione non lascia alcun dubbio, Francesco è contento è loda il Signore perché l’annuncio del Regno di Dio è stato coronato attraverso la testimonianza del martirio.

Essi diventano un fulgido esempio per tutto l’Ordine dei Minori.

Nel 1481, la Chiesa nella persona di S.S. Papa Sisto IV, con la lettera “Cum alias”, permette ai francescani di celebrare la festa liturgica dei Protomartiri, ribadendo il riconoscimento della bontà del loro gesto e della loro missione con queste parole: «Considerando nondimeno quali furono i meriti beatissimi dei martiri Berardo, Pietro, Ottone, Accursio e Adiuto, […] i quali dopo molte torture ad opera del re del Marocco per Cristo andarono incontro alla morte e meritarono gloriosamente la palma del martirio, nella stessa morte e in seguito brillarono di numerosi miracoli».

Se la Chiesa – con atto solenne del sommo Pontefice – riconosce la santità e la validità dell’esempio di vita di questi frati e delle loro azioni; come possiamo ancora valutare l’incontro di Francesco con il sultano all’insegna di un generico irenismo e di uno spinto ottimismo ecumenico?

Forse sarebbe più corretto – per amore della verità – riconoscere come il buon al-Malik al-Kāmil non auspicasse un desiderio di conversione e neppure una decisione che ponesse termine alle ostilità.

E pur riconoscendo la statura morale di Francesco, probabilmente il Sultano non reputò utile – in quel frangente – condurre a morte il suo interlocutore.

Chiaramente la provvidenza divina ha protetto Francesco scampandolo da una morte certa, ma questo non impedì ai suoi frati di sigillare con il sangue l’annuncio della verità di Cristo.

Francesco ha desiderato in tutta la sua vita conformarsi e predicare il Vangelo, assumendosi pienamente la responsabilità di una tale scelta anche di fronte alla perdita della vita.

Tale responsabilità oggi interpella la Chiesa, affinché il mondo creda e venga salvato non dalla morbidezza del pensiero unico ma dalla scomoda ruvidità del Vangelo.

 

Credit wikipedia.org
2019-01-26T20:18:24+00:00

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